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Niccolò Tatini, più che un semplice istruttore

Niccolò Tatini, classe 1988, laureando in Scienze Motorie,  un passato da sportivissimo, un presente da istruttore di calcio e un futuro aperto a qualsiasi attività che abbia a che fare con lo sport. Questo in breve il profilo di mister Tatini, istruttore dei Pulcini 2004.

Ci hai raccontato che hai iniziato a giocare a calcio venti anni fa, avevi 6 anni e tanti sogni. Oggi che di anni ne hai 26, sei istruttore, come è avvenuto il passaggio a questo nuovo ruolo?
Sono istruttore è vero, ma cerco di trovare anche il tempo per continuare a giocare a calcio. Cinque anni fa mi è capitata l’occasione di poter allenare la mia prima squadra e ho accettato con grande entusiasmo di lanciarmi in questa nuova avventura anche perché calzava a pennello con gli studi che avevo deciso di intraprendere .Il mio debutto come istruttore risale però a molto prima, addirittura sono stato allenatore anche per dei parenti e poi lo sport ha sempre fatto parte della mia vita. Ho un brevetto come istruttore di nuoto, ho lavorato per 8 anni nelle piscine di Rignano, Pontassieve, Reggelllo e Figline e per tre anni ho seguito un gruppo di cento anziani nell’attività di ginnastica dolce.

Cosa significa per te essere istruttore?
Per me lo sport ha rappresentato fino adesso non solo una passione, ma anche un impegno lavorativo che fortunatamente ho potuto sempre coniugare con i miei studi. Il ruolo di istruttore nella scuola calcio è stata però un’esperienza particolarmente forte che mi ha portato a vivere il mio impegno come una missione, consapevole che in queste vesti rappresento un modello per i miei ragazzi.

Stai per laurearti e probabilmente stai pensando al tuo prossimo futuro lavorativo, che spazio avrà il tuo ruolo d’istruttore?
Dietro all’attività d’istruttore che svolgo oggi ci sono anni di studio, una preparazione mirata e tanta dedizione che già da tempo mi portano a vivere questo impegno come un lavoro. Dall’età di 18 anni mi occupo della formazione dei più piccoli e non solo in ambito calcistico. Non ho la benché minima voglia di abbandonare questo tipo di attività e quello che ho costruito intorno, mi piacerebbe però poter dedicare anche parte del mio tempo ad altre attività che possano valorizzare ulteriormente il percorso accademico che sto concludendo.

Condividi molto tempo con i bambini, cosa ne ricevi in cambio in termini di emozioni e insegnamenti?
Non potrei fare a meno di stare con loro, sono terapeutici. Tutti noi siamo stati bambini e troppo spesso lo dimentichiamo, dovremmo invece ricordare più spesso quel vissuto, come eravamo e come ci sentivamo, oltretutto guardare il mondo con gli occhi di un bambino rende tutto più bello. La loro incredibile sensibilità è senza dubbio l’insegnamento più grande che costantemente mi trasmettono, anche quando sembra che non ti stiano ascoltando, lo stanno facendo. Contribuire alla loro crescita è per me motivo di orgoglio.

Cosa invece un istruttore deve trasmettere ai suoi allievi?
Deve prendere tutto ciò che di buono ha imparato dalla vita e trasmetterlo a loro. Deve però ricordarsi che sono bambini e dunque deve trattarli come tali. Sta nella sua bravura trovare il modo più simpatico ed efficace di insegnare. Credo che non sia assolutamente corretto, né da parte degli istruttori, né dei genitori, avere troppe aspettative nei confronti dei bambini. Spesso purtroppo però è l’ambizione dei grandi, che non hanno ottenuto i risultati desiderati, a spingere i più piccoli ad azioni e atteggiamenti al di sopra delle loro potenzialità esercitando su di loro un’insana pressione. Un istruttore di una scuola calcio ha la possibilità di insegnare molto di più di qualche tecnica tattica, può ad esempio trasmettere il valore del gioco di squadra ed insegnare ai bambini che, come nella società in cui viviamo, ognuno ha un ruolo e qualità diverse che messe insieme possono far funzionare meglio il gioco.

A distanza di tre anni dalla sua fondazione come vedi cambiata la tua società?
Come gran parte degli inizi, anche quello dell’FC Valdarno, è stato un po’ difficile. Si trattava di due realtà calcistiche con due identità ben definite, Incisa e Figline, che ad un certo punto hanno deciso di unirsi e come in tutti i cambiamenti c’è stato un primo momento di destabilizzazione. Dopo tre anni posso dire che gran parte delle criticità sono state superate, vedo progressivi miglioramenti e la passione che tutti impiegano per dare risultati eccellenti è palpabile e stimolante. Ho molta stima nei confronti delle persone che rappresentano i capisaldi della società perché hanno esperienza in questo settore, hanno voglia di trasmetterla agli altri e di fare le cose in maniera corretta. Mi sento in una grande famiglia e non potrei immaginare la mia società in altro modo.

Come hai vissuto il passaggio dai campi di Incisa, dove svolgevi la tua attività d’istruttore fino alla scorsa stagione, a quelli del Madonnino, a Figline?
Essere fisicamente ad Incisa, lontano dalla sede, mi ha fatto sentire per un po’ di tempo defilato, in una posizione che, complice la geografia, mi poneva lontano dalla vita della società. Iniziare però a frequentare assiduamente questi campi mi ha permesso di recuperare velocemente tutti quegli aspetti di vita societaria che stimolano sempre di più a fare bene il proprio mestiere.

 

 

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